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Beaghmore Stone Circle and figure, Northern Ireland, 2018

I suggestivi paesaggi notturni che caratterizzano la serie fotografica Nightscapes, dell’artista e fotografo Ugo Ricciardi – presentati in esclusiva dallo spazio espositivo torinese Burning Giraffe Art Gallery nella primavera 2017 e, nuovamente, lo scorso autunno – trasportano lo spettatore in una dimensione surreale , in cui il silenzio dei luoghi è interrotto dalla solitaria presenza aliena di disegni di luce che interagiscono con lo spazio naturale, accentuandone la bellezza interagendo con esso. Il delicato lirismo invernale delle vallate piemontesi e l’austera arcaicità degli ulivi millenari della Puglia, che componevano i primi scatti della serie – iniziata nel 2016 – hanno successivamente lasciato il posto alle rovine delle architetture religiose magnogreche e celtiche, rispettivamente di Sicilia e Irlanda, catturandone e rinvigorendone l’ancestrale potenza spirituale e mistica.

I light painting che caratterizzano ciascuna fotografia, interagendo alla perfezione con i luoghi ritratti, sono catturati durante i lunghi tempi di esposizione e sono l’unica fonte luminosa degli scatti, oltre a quella lunare, sempre colta in fase di plenilunio. L’intento dell’artista è quello di mantenere inalterata la purezza dell’immagine, eseguendo, solo dove necessario, un delicato, quasi impercettibile, lavoro di postproduzione, che in alcun modo intende snaturare un progetto che, proprio nella sua onirica e mistica naturalezza ha il suo punto di forza.

Il sottotitolo Officium, che contraddistingue questa nuova evoluzione del progetto fotografico, racconta dell’incontro tra l’artista, non credente, e il senso del Sacro insito in questi luoghi: i maestosi templi greci di Segesta e Selinunte e le rovine del castello di Dunluce, i cerchi di rocce di Beaghmore, nell’Irlanda del Nord; fino a raggiungere la sacralità atavica degli elementi sulle pendici dell’Etna e i pilastri di roccia esagonali del Giant’s Causeway.

“In Irlanda ho trovato questo – racconta l’artista –: cerchi di pietre nell’erba, castelli in rovina in cima alle scogliere e tuttavia ancora vivi, gigantesche pietre erose dal mare e dal vento. E così in Sicilia, con i suoi templi, con le rocce nere del vulcano, con tutte le sue asprezze. Due isole così lontane e diverse, così ricche di sacralità e mistero. Forti, selvagge. Officium, l’uffizio, è preghiera. È cantare qualcosa di sacro, pregare per i miracoli della vita e della morte, un atto che nella liturgia cristiana rende reale l’amore e la dedizione a Dio. Ma è anche un dovere, un obbligo filosofico e morale verso qualcosa in cui si crede fermamente. Una scelta. È quello che sento quando visito questi luoghi durante le ore della notte. La luce è la mia offerta: il portale che permette il passaggio dal reale a ciò che sta dietro, giusto poco più in là, e che riesco a vedere. È il dovere che ho scelto, il mio uffizio, e, forse, l’unico modo che conosco di pregare.”