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Scopri il mondo di Paolo Mussat Sartor

Scopri il mondo di Paolo Mussat Sartor

L’inafferrabile zona di confine tra pittura e fotografia

Il testo scritto da Andrea Bellini (noto critico d’arte e attuale direttore del Centre d’Art Contemporain Genève) in occasione della mostra alla GAM delinea in maniera esemplare il percorso creativo e la ricerca di Paolo Mussat Sartor, un percorso che non può essere letto semplicemente all’interno di una tradizionale prospettiva fotografica.

“Fin dagli esordi, quando negli anni Sessanta ha cominciato a fotografare il gruppo degli artisti che sarebbero poi confluiti nell’Arte Povera, Mussat Sartor ha cercato di superare il problema dell’oggettività documentativa e della frontalità rappresentativa dello scatto fotografico, per confrontarsi invece con una problematica diversa, più legata al problema della natura stessa dello sguardo e dell’immagine.

Da subito la macchina fotografica diventa compagna di strada, testimone puntuale di una straordinaria stagione creativa torinese, ma anche strumento per superare e spingersi altrove. Sarà proprio il rapporto con le personalità carismatiche dell’Arte Povera, e con altri artisti come Emilio Vedova, a condizionare in modo sensibile la direzione del suo lavoro. Nei primi anni Ottanta la necessità di spostare altrove il linguaggio fotografico non può più nutrirsi

dell’idea del punto di vista multiplo. Il problema di rendere visibile l’invisibile grazie ad uno sguardo pluridirezionale è ancora un problema tutto interno alla fotografia e ai suoi meccanismi di riproduzione.

Mussat Sartor cerca ora, nella camera oscura, una soluzione più radicale, un intervento irreversibile dal punto di vista della storia della fotografia. Intuisce che questo scarto, questo passaggio di cui avverte l’esigenza, non può riguardare il soggetto fotografato, e nemmeno le diverse tecniche di riproduzione dell’immagine. Si tratta, insomma, in questo momento di superare la fotografia come elemento perfetto e conchiuso, di strapparla al suo tradizionale dominio tecnico, storicamente prefissato, per portarla in un’altra zona, in un’altra dimensione del linguaggio. L’inafferrabile zona di confine tra pittura e fotografia.

L’artista incomincia ad intervenire direttamente sulla carta fotografica, con il colore, con le mani, per spingersi in un territorio mediano nel quale il processo fotografico ha una parte ancora importante nella costruzione dell’immagine, ma non più unica ed esclusiva. Così negli anni Ottanta un mazzo di ori, o un ritratto di Anselmo, Paolini e Pistoletto, vengono trasformati da una decisa azione pittorica.

Il suo gesto calcolato e sapiente, trasforma l’immagine fotografica rispettandone però anche la grammatica strutturale. I neri della fotografia rimangono neri, ma assumono un’inedita profondità, uno spessore nuovo. Mussat Sartor cerca altrove l’equilibrio sottile tra la potenza del gesto pittorico e il suo controllo meticoloso, una capacità di controllo che gli deriva senz’altro dalla lunga esperienza in camera oscura, e forse anche dal suo carattere. Insomma non si tratta semplicemente e banalmente del colore che va ad arricchire la fotografia di Mussat Sartor, ma al contrario è proprio la sua cultura fotografica che condiziona in modo assai specifico il senso della nuova avventura pittorica. L’equilibrio, potremmo dire il sottile stato di grazia tra le due componenti, fa sì che le sue immagini si trovino sempre in un territorio mediano e ambiguo, un’inafferrabile zona di confine tra pittura e fotografia.

Nella serie delle Rose (1991-1992), delle Gambe (1992-1993), delle pietre (1998-1999), degli Asimmetrici (1999-2000), e delle gure (20012005), Mussat Sartor fa emergere dal nero denso dello sfondo immagini trattate con bianchi e grigi, come se si manipolasse direttamente la luce, le sue sottili variazioni.

Tutti questi lavori condividono un umore, una malinconia di fondo che li rende distanti e inafferrabili. Forse la spinta che ha portato l’artista torinese ad allontanarsi dal sentiero sicuro della tradizione fotogra ca va individuata proprio nell’esigenza forte di aggiungere alla fotogra a uno stato d’animo preciso, un elemento emotivo costante e soprattutto indipendente dal soggetto fotografato. In questo modo egli riesce a strappare la fotogra a alla sua contingenza predatoria e documentativa per inserirla nel dominio carismatico e senza tempo del proprio mondo interiore. Private del loro contesto geogra co e atmosferico, le Rose, le Pietre, i Corpi, assumono la caratteristica di immagini ibride e poetiche, dall’identità assoluta e uttuante nel tempo.

Con Mussat Sartor la fotogra a abbandona insomma la propria caratteristica identitaria, derivata da una tecnica precedente e ipostatica, per porsi invece come un inedito spazio creativo attraverso il quale evocare nuovi umori e identità potenziali dell’immagine”.

Andrea Bellini, 2006.

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DA SUBITO LA MACCHINA FOTOGRAFICA DIVENTA COMPAGNA DI STRADA, TESTIMONE PUNTUALE DI UNA STRAORDINARIA STAGIONE CREATIVA TORINESE CON LE PERSONALITÀ CARISMATICHE DELL’ARTE POVERA.

Alcune opere di Paolo Mussat Sartor sono attualmente in mostra presso la Galleria Tucci Russo, a Torre Pellice e a Torino (Chambres d’Art).
RAINBOW 2018 il titolo della collettiva che propone una selezione di artisti tra i quali: Giovanni Anselmo, Daniel Buren, Richard Long, Mario Merz, Giulio Paolini, Giuseppe Penone, Mario Airò, Gianni Caravaggio, Tony Cragg, Francesco Gennari, Harald Klin- gelhölle, Christiane Löhr, Alfredo Pirri, Paolo Piscitelli, Robin Rhode, Thomas Schütte, Conrad Shawcross, Jan Vercruysse.

Fino all’11 marzo 2018

www.paolomussatsartor.com