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Guardo il cielo e cerco un senso all’insensato perché dell’esistere come se fra le nuvole, nell’illimitato dell’azzurro, nel buio della notte o nell’arabesco delle stelle si celasse la risposta. Esiste un Fato o un Destino o una Anànche (Necessità) o una Provvidenza che faccia sì che io sia così, che la mia vita sia così? L’uomo da sempre è in cerca di risposte non solo sulla natura del proprio essere, ma anche sull’esito delle sue azioni, dei suoi sentimenti e, se non riesce a trovare queste risposte nella razionalità e nella scienza del mondo, va a cercarle nel cielo. San Tommaso, nella ferrea logica del suo discorso argomentativo, diceva “ Astra indicant, non necessitant” (gli astri influenzano, non costringono), lasciando così un po’ di spazio a quel sincretico sapere dei suoi tempi fatto di astronomia, astrologia e alchimia, ma ribadendo la prioritaria affermazione del libero arbitrio.

 

“Non ricordare il giorno trascorso e non perderti in lacrime sul domani che viene: su passato e futuro non far fondamento vivi dell’oggi e non perdere al vento la vita”

 

 

L’astrologia, non quella da salotto, ma quella che praticavano, ad esempio, al-Biruni, il grande Galileo e Tycho Brahe rimanda anche ad un pensiero delle origini, ad una Physis ( Natura ) nella quale i quattro elementi – Terra, Acqua, Aria, Fuoco – sono determinanti.Le opere “I PERCORSI DEL CIELO“ non vogliono essere un catalogo illustrato dei dodici segni zodiacali bensì un viaggio incantato in un universo parallelo, ma, in fondo, a noi molto vicino che può farci sognare ma che non ci deve condizionare , come cantava il grande astronomo e poeta persiano Omar Khayyam.

La città di nascita e di formazione è importante. “Torino è piuttosto una città di malinconica e silenziosa grazia, di esatte geometrie attraversate dal fuoco sottile della meraviglia barocca…”, scriveva nel 2003 Roberto Rossi Precerutti ad introduzione della monografia dedicata al pittore. Ed aggiungeva, una città che consente di rivolgere alle cose uno sguardo “distante”. Perchè solo lo sguardo “distante” può diventare “definitivo”. Roberto Demarchi lo sa bene.
La città dunque – la ortogonale metafisica Torino – e poi gli studi: il liceo classico e la laurea in architettura al Politecnico. Qui, al punto di incrocio fra la filosofia e i miti degli antichi e l’”ordo mentis” del costruttore, stanno le radici di Roberto Demarchi. Un pittore persuaso della poeticità della ragione o della razionalità della poesia. Non saprei come meglio definire la sua arte.” Così lo introduce lo storico dell’arte Antonio Paolucci.

 

“Guardo il cielo. Guardo il cielo e il tempo, il mio tempo, non c’è. Guardo il cielo e lo spazio, il mio spazio, non c’è.”

 

“RobertoDemarchi si iscrive in una tradizione di pittura astratta che ha precedenti illustri, italiani e stranieri, ma il suo modo di esprimersi è veramente unico e singolare e non può essere rapportato ad altre esperienze. Vi è nel suo pensiero figurativo astratto una sintesi singolare di speculazione filosofica e di istinto libero e scevro da qualunque intellettualismo,” Aggiunge un altro storico d’arte illustre Claudio Strinati, “In controtendenza rispetto a tanti aspetti della nostra epoca, Roberto Demarchi procede a una misura dilatata del tempo di osservazione e induce chi guarda ad un superiore rispetto della pittura in sé stessa. Sono, dunque, poche ed essenziali forme geometriche che potrebbero apparire simili le une alle altre e potrebbero apparire, a una osservazione frettolosa e superficiale, quasi vuote di senso. E invece significano personaggi e significano azioni e il bello è che questo slittamento di senso avviene con estrema naturalezza senza alcuna forzatura da parte dell’artista che trasmette con semplicità ed efficacia le intenzioni del suo animo attraverso una delicata e nel contempo incisiva “azione” pittorica, per cui le forme si animano ed assumono un peso emotivo di lampante evidenza che non ha bisogno di troppe spiegazioni ma si impone di per sé, per la forza della stesura pittorica, densa e profonda.”

Per il filosofo Sergio Givone “la pittura di Roberto Demarchi, fedele a se stessa, si trattiene su quella soglia
estrema da cui è possibile sorprendere le forme nascenti e il loro darsi allo sguardo. Doppia fedeltà, questa: tematica e stilistica. Infatti la materia è sempre quella: è l’origine. Anzi, è il suo stesso originarsi. E’ l’originario venire alla luce della realtà, grazie ad un atto non meno misterioso che splendente. Ma non solo la materia è sempre quella, perché lo è anche la sua rappresentazione: interamente giocata su geometrie che strappano all’assoluto buio iniziale un altrettanto iniziale lampeggiamento cromatico.”