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Paolo Colombini

Loc. Sille 7 Civezzano (TN) Italy

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Paolo Colombini parla con le pietre.
Le guarda, le tocca, intuisce una storia dietro alla loro superficie ruvida, impenetrabile. Si siede ad ascoltare, con pazienza, e poi la racconta. La libera, rendendola visibile a tutti – praticando un taglio, un’in

Stones Company – Civezzano
– il titolare Paolo Colombini

cisione, dipingendo l’interno dei suoi massi di porfido con colori brillanti, vivi.

Vivi, sì. Perché la pietre, apparentemente immobili e distanti, non sono poi così diverse da noi. Siamo fatti di polvere di stelle, amava dire l’astrofisico americano Carl Sagan per descrivere l’origine dell’universo. È innegabile, siamo tutti prodotti dello stesso Big Bang: uomini, alberi, insetti, acqua, pietre… eppure tendiamo a dimenticarlo.
La nostra vita frenetica – spesa tra l’auto, il lavoro, il computer, chiusi per la maggior parte del nostro tempo in scatole di metallo o di cemento – ci trasporta ogni giorno in una dimensione artificiale, dimentica della natura e delle nostre origini.

A scuola, del resto, ci hanno insegnato a ordinare il mondo in tre Regni: gli animali e le piante – più vicini a noi – e i minerali, morti. Ma è facile accorgerci, mettendo da parte per un momento la nostra formazione scolastica e le sue sovrastrutture, che con la pietra, un materiale che la nostra lingua chiama inerte, abbiamo una fa-miliarità istintiva, vitale. «Basta pensare al classico rito da fine delle vacanze» spiega Paolo Colombini «Quando è il momento di tornare a casa scegliamo un sassolino, un pugno di sabbia, perché vo-gliamo che ci ricordi di un periodo felice trascorso in un certo posto. Lo scegliamo con cura e lo portiamo con noi, a casa. Io a mio modo faccio lo stesso: prendo pietre che per me comunicano qualcosa, e le mando in giro per il mondo a testimoniare il nostro legame con la natura e col nostro pianeta Terra». Non è stato un percorso lineare, quello di Paolo Colombini: non sognava fin da ragazzino di diventare un artista, non l’avrebbe nemmeno immaginato.

Eppure, a sentirla raccontare, la storia della sua vita è lo specchio perfetto di un’evoluzione e di una sensibilità artistiche d’eccezione.
Nato e cresciuto a Fornace, nel cuore delle Dolomiti trentine, inizia a lavorare nelle Ferrovie Italiane. Fa il macchinista, guida treni tra il Brennero e Verona. Avanti e indietro ogni giorno, ogni settimana, ogni mese: un mestiere ripetitivo, che lentamente inizia a stargli stretto.
Nel 1980 cambia lavoro, dice addio ai treni e si mette a lavorare col fratello Gino, che già da tempo si occupa di porfido. Il porfido in Trentino è un vanto locale, un prodotto d’esportazione. E Paolo e Gino si occupano di pesare e tagliare questo minerale, di venderlo a chi lo utilizzerà poi per lastricare stanze, locali, vie.
Pian piano il contatto e la vicinanza quotidiane con questo minerale spingono Paolo Colombini a dare un senso e una forma a quelle che per lungo tempo erano state semplici intuizioni, e nel 1995 inizia finalmente il suo cammino artistico.

«Già prima di cambiare carriera» racconta «mi ero reso conto di quanto la pietra naturalmente ci attragga, ci inviti a toccarla, a metterci in relazione con lei. Un giorno ero al parco giochi con mio figlio, c’erano molti giochi fatti di diversi materiali. Quasi per caso mi sono accorto che i bambini spontaneamente preferivano toccare, giocare e manipolare le cose di pietra, mentre lasciavano stare gli oggetti sintetici, di plastica. Mi ricordo di aver pensato che anch’io, da piccolo, amavo giocare con le pietre nei torrenti. Ci ho messo un po’ a elaborare questo pensiero, ma oggi so che è così perché istintivamente sentiamo che nella pietra è nascosto il mistero delle nostre origini, dalla pietra abbiamo avuto la vita. Toccare le cose è parte della nostra natura, attraverso il tatto stabiliamo una relazione col mondo. Siamo tutti diversi e ognuno di noi legge la vita a modo suo, a seconda delle esperienze che ha vissuto. Ma il contatto originario con la Natura è un universale innegabile e ci diventa chiaro quando guardiamo a chi di noi è meno contaminato, più giovane»

E la natura merita tutto il nostro rispetto, la nostra attenzione e la nostra cura. Ne è certo Paolo Colombini, che oggi può dire di aver individuato la sua missione: attirare l’attenzione dell’uomo verso la Natura, aprirlo all’ascolto. Siamo temporalmente limitati, la nostra vita ci potrà anche sembrare lunga, ma se la confrontiamo con i tempi geologici, con l’età del nostro pianeta, non è che una bazzecola. «Le pietre che lavoro sono state modellate dallo scorrere di fiumi e torrenti per milioni di anni. Nel loro lentissimo mutare hanno assorbito un’energia straordinaria. E allo stesso tempo sono in un certo senso gli unici testimoni, quelli che hanno davvero vissuto il mondo che cambia, che possono raccontare la verità».

«La mia è un’arte semplice» prosegue «Non faccio altro che mettere l’uomo di fronte all’evidenza. La Natura ci parla, le pietre ci raccontano una storia, ma noi non sappiamo più ascoltare. Io cerco di rimettere in piedi un canale comunicativo: ascolto quello che i miei sassi mi raccontano e li aiuto a trasmetterlo. Ogni pietra è diversa dalle altre, come le persone. E io le racconto».

Il porfido è il materiale prediletto per Paolo Colombini, che lo utilizza per tutte le sue sculture. Non solo perché abbonda dalle parti di Civezzano (Trento), dove oggi ha il suo studio, o perché lo ha commerciato a lungo col fratello. “Trovo che sia un materiale straordinariamente bello. Ma non sono l’unico: una tradizione millenaria lo vuole tra i minerali più nobili. Non è un caso che i faraoni d’Egitto venissero sepolti in sarcofagi intagliati in questa pietra. Anche gli imperatori bizantini venivano incoronati su troni di porfido e non solo. Spesso ci si riferiva a loro con l’epiteto di “porfirogenito” (lett. nato nella porpora): venivano sempre dati alla luce in una stanza del Gran Palazzo imperiale di Costantinopoli, affacciata sul mar di Marmara, rivestita interamente in prezioso porfido rosso»

Il massi di porfido di Paolo Colombini sono opere d’arte estremamente attraenti, forse proprio a causa della loro semplicità: pietre tagliate a metà o in più parti, fatte a pezzi ma quasi ricomposte. Come ad accennare all’ambivalenza della nostra esistenza: complessità e interezza, storia e istantanee.
«Il mio è un intervento minimo» spiega. «Taglio la pietra per aiutarla a liberare i suoi messaggi.» «C’è stato chi mi ha detto “Ma scusa, se ami così tanto la natura, perché spacchi tutto? Non ti sembra un atto violento?” e io ho risposto sì. Certo che è un atto violento, ma è necessario»

«Bisogna che l’uomo torni a capire e a sentire di essere parte – e non dominatore – del cosmo. Taglio la pietra, sì, ma si tratta di un taglio vitale. In esso si fonde la mia anima»

Anche i colori vividi con cui dipinge l’interno delle sue pietre “spaccate” non sono altro che un mezzo aggiuntivo per attrarre l’attenzione di un uomo sempre più tecnocrate e distratto. «Il colore attira. Me ne servo per trasferire la bellezza del racconto della Natura agli altri, al pubblico. Deve esserci bellezza nell’arte, bisogna poterne trarre un piacere».

Le opere di Paolo Colombini sono state acquisite da collezioni pubbliche e private in tutto il mondo: si trovano in Italia, a Londra, a Monte Carlo, in Germania, Francia, Cina, Corea e negli Stati Uniti. Una sua esposizione permanente si trova sull’Isola Certosa a Venezia.