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Jacopo Foggini

Via Quaranta 55 – 20139 Milan, Italy

Visita il sito web

Jacopo Foggini

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Jacopo Foggini è un maestro del metacrilato. Come a Murano si modella il vetro fondendo sabbie e aggiungendo

ossidi metallici per i colori, allo stesso modo Jacopo fonde a 200 gradi – con una tecnica di sua invenzione – una resina termoplastica usata di solito per i catarifrangenti delle vetture, riducendola in leggeri filamenti plastici. Li modella con le mani nel suo laboratorio milanese, coadiuvato da una manciata di collaboratori. «Si tratta di una resina termoplastica che ho imparato a conoscere nel periodo in cui lavoravo nelle aziende di famiglia, un materiale estremamente versatile che si presta a dare forma alla mia creatività, persino per realizzazioni monumentali. Ora però, soprattutto per le mie collaborazioni con Edra, sperimento anche il policarbonato, molto più resistente. Le sedie Gina, Gilda, Ella, per esempio. Così come il progetto “Nel Blu dipinta di Blu”, unico pezzo contemporaneo del Museo d’Orsay, a Parigi».

Classe 1966, nato a Torino e ormai milanese di adozione, Jacopo Foggini è famoso per le sue installazioni giganti, gli chandelier decorativi (attenzione, ha una certa idiosincrasia per la parola lampadario) e per i complementi di arredo. Nato nell’ambito del Salone del Mobile di Milano, si è distinto subito per essere un personaggio atipico, più inventore-artigiano che designer. «I miei committenti sono i grandi studi di architettura come quelli di Matteo Thun e Antonio Citterio, i collezionisti privati, ma anche le gallerie. Per esempio a Londra quella di David Gill, la più importante a livello internazionale dedicata ai pezzi unici tra arte e design. Le sue collezioni di arredo sono firmate Zaha Hadid, Fratelli Campana, Mattia Bonetti da designer che sarebbero in seguito diventati famosi, come Marc Newson, Tom Dixon e Ron Arad. Molto importanti anche gli hotel, ormai spazi espositivi a tutti gli effetti, come il nuovo Mandarin Oriental e il Park Hyatt, a Milano», dice Jacopo Foggini.

Ogni anno, durante il Salone del Mobile questo originale artista prepara una sorpresa. Nel 2016 è stata la volta di
un’installazione all’entrata della Triennale, realizzata con le sedie Gina, di Edra. Per la stessa azienda Foggini ha disegnato una nuova lampada, Ines, con uno stelo molto ricco in piombo dorato, in cui si possono rintracciare memorie di Dalì e Alberto Giacometti, sormontato da un semplice paralume bianco. Vulcanicamente attivo Jacopo Foggini ha fatto parlare di nuovo di sé in occasione dell’inaugurazione del nuovo foyer del Teatro dell’Arte alla Triennale. «Un incarico fortemente voluto da Silvana Annichiarico, direttrice e curatrice del Design Museum», sottolinea l’artista, che sta inoltre lavorando a un’installazione di dodici metri a forma di medusa, per un nuovo hotel a Siracusa.

Ogni settimana dal suo laboratorio escono progetti diversi l’uno dall’altro, pezzi unici: «Perché appunto questa è la dimensione nella quale mi trovo a mio agio. Soprattutto dopo aver fatto l’esperienza del lavoro in azienda sono convinto che la strada sia produrre pezzi semi-industriali con realtà capaci di un compromesso, per dare vita a nuove possibilità. I miei riferimenti, la mia scuola, sono personaggi del livello di Massimo Morozzi, Andrea Branzi, Carlo Mollino, Ingo Mauer. Il design contemporaneo infatti non mi attrae quanto invece la complessità del passato.  Sarà perché un mio avo, Giovanni Battista Foggini era architetto e scultore nella Firenze del Seicento. Una creatività e una propensione alla ricerca conservata nel dna familiare: mio padre ha una lunga esperienza industriale nella trasformazione dei materiali plastici e mia madre è una scultrice classica che lavora con la cera persa. Io ne sono una sintesi». La passione per la scoperta ha dato anche esiti completamente differenti, che padre e figlio hanno sperimentato insieme. Massimo Foggini, ad un certo punto della sua vita, si è dedicato all’archeologia con diverse spedizioni sul remoto altopiano del Gilf Kebir, nel Sahara a cavallo tra Libia ed Egitto. Qui nel 2002, con Jacopo, la scoperta di un sito con 25 mila pitture rupestri, nota ora come Grotta Foggini. «Lo spirito dell’esploratore curioso si applica a tutto. Cerchi e poi le cose succedono», sottolinea Jacopo.

E come si cercano le ispirazioni? «L’ispirazione può provenire dall’esperienza di immersioni subacquee, dalla natura in generale della quale mi attraggono le tonalità verdi e ambra, ma anche una tazzina in porcellana di Limoges mi fa venire in mente molte cose… Tutto comunque parte dall’acqua, ovvero dalla mia vasca da bagno, sia a Milano sia nella mia casa di campagna in Val Trebbia, luogo deputato alla progettazione, al mangiare e a conversazioni alcoliche in compagnia. Nella vasca, quadrata, con bordi utili per appoggiare libri, pesci di plastica, paperelle persino, come le 25 che mi hanno regalato degli amici, ci passo tutti i giorni un’oretta, penso, scrivo e disegno. A volte i post-it si bagnano, si sciolgono e l’appunto svanisce. Forse non era destino», svela. Poi si sposta nel laboratorio e traduce le idee in realtà. Sempre all’insegna di una delicata e poetica mescolanza di colori.